Andare tutti nella stessa direzione e, una volta giunti alla meta, stabilirne un’altra e curarne ancora la conquista: questa la semplice sintesi del percorso educativo proposto ai nostri figli; e l’impegno richiesto e poi profuso è generalmente massimo, tranne alcune sbavature compatibili con età e pazienza di grandi e piccoli.
Tempo in classe, compiti, impegni doposcuola scelti con cura e incastonati fra le poche ore rimaste.
Insomma, un gran daffare. Un lavoro a cui siamo chiamati tutti, figli, genitori, insegnanti, educatori di vario tipo.
La strada tracciata, molteplici i mezzi, comune il fine: un fulgido futuro per le generazioni a venire.
Fiduciosi si guarda all’obiettivo con granitica certezza che la messe sarà abbondante e ricca.
Tutto questo il fermento nei microcosmi laboriosi e noti, dove ciascuno è sentinella e custode dell’azione dell’altro.

“…Il problema degli altri è uguale al nostro: uscirne da soli è l’avarizia, uscirne insieme è la politica…” (don Lorenzo Milani, “Lettera a una professoressa”, maggio 1967).

E i mondi piccoli, si sa, sono spesso luoghi belli, quasi incantati, poco interessati a calcoli e grandi manovre. Ma calcoli, grandi manovre e interessi che sopraffanno il benessere dell’individuo, pur piccolo, spesso hanno il sopravvento.
Può accadere, ad esempio, che impegno e fatica vengano liquefatti e sacrificati in nome di disegni economici mostruosamente immensi.
Educhiamo all’identità, esaltiamo i talenti di ciascun ragazzo perché da passione e dono possano nascere solidità e coscienza, ma ecco che i piccoli mondi sembrano fagocitati da un’entità più grande che schiaffeggia, omologa, costringe al gesto unico. Gli artigli afferrano e imprigionano: uguali e poveri i pensieri, medesimi i desideri e gli atteggiamenti, soffocato ogni rigurgito di originalità.
Nonostante la bontà del cammino, qualcosa inizia a incrinarsi: i nostri figli, ben equipaggiati da sforzi e intese tra famiglia e agenzie educative, affacciano mente e cuore su una realtà ben diversa, più misera e volgare rispetto al loro patrimonio; li abbiamo cresciuti raccomandando purezza e felicità, per poi vederli catapultati in basso, senza rete né paracadute.
Si rassegnano a smartphone, a programmi televisivi di fattura scadente e volgare, si accontentano di relazioni virtuali e – capita – capitolano nella rete della stupidità e dell’indifferenza, prima verso sé, poi verso l’altro.
Si isolano, abbandonandosi ad abbracci spesso mortali.
Vivono, impotenti, uno scollamento desolante che li disorienta, li confonde.
Già, li con-fonde e li mescola insieme in modo casuale, disordinato.
È interessante riflettere sul pensiero di Pier Paolo Pasolini : “…era dell’edonè… era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro tendono inarrestabilmente ad essere aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità….” (“Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo”, Corriere della Sera, 18 ottobre 1975). Rileggendo queste parole ed adattandole alle tecnologie odierne, non possiamo che concordare sul rischio altissimo a cui sono esposti i ragazzi, appunto senza rete né altra protezione.

Ambiguo, l’atteggiamento dello Stato che, come sancito dalla Costituzione, dovrebbe “…tutelare la salute come fondamentale diritto del cittadino….” e quindi astenersi da azioni che comportino la lesione di tale diritto: lo Stato deve assumersi il compito di realizzare tutte le condizioni affinché ciò avvenga.
Ma ambiguo l’atteggiamento, si diceva, perché se da un lato guarda a benessere e integrità psicofisica come diritto fondamentale di ciascun individuo e se ne fa artefice e garante, dall’altro partecipa direttamente ad azioni che viceversa minano tale diritto.
E questa ambivalenza destabilizza, spariglia le carte. Con-fonde, dicevamo, liquefa e dissolve opinioni e dubbi, cari e particolari perché propri di ciascuno.
Omologa. E soprattutto distrae.
E l’amministrare chi è conforme e poco attento è infinitamente più semplice e consente di non svelare completamente o affatto la ragione di alcune scelte: non scomoda l’idea di cura, si limita ad agire una mediocre gestione. Non coinvolge, impone.
Numerosi sono purtroppo gli esempi di situazioni in cui l’atteggiamento contraddittorio dello Stato emerge in modo tanto evidente, diremmo immorale. E il dispendio di energie – in pensiero e denaro -, da parte delle Istituzioni nell’affanno di giustificare alcune azioni è immenso: leggi, leggine, regolamenti, divieti, per tentare di annacquare la portata di decisioni potenzialmente letali.

Una riflessione fra le altre va fatta sul fenomeno “azzardo”, sulla malattia azzardo; la piaga va sempre più ingrossando e incancrenendo: la malattia colpisce in modo tristemente democratico persone di età, genere, estrazione sociale estremamente varia, devastando individui e famiglie e facendo lievitare spese sociali e sanitarie già al collasso. Anche in questo caso lo Stato veste il duplice ruolo di carnefice e curante: se da un lato investe ingenti quantità di denaro – di certo non sono sufficienti le entrate fiscali legate all’azzardo – nella cura della patologia conclamata e, ahinoi, ancora troppo poche in opere di prevenzione, dall’altro prosegue strenuamente, sollecitando con infinita ipocrisia a “giocare responsabilmente”, nell’azione di propaganda dell’azzardo. Pardon, “del gioco pubblico”, questa l’ultima sconcertante definizione, sporcando ciò che di più pulito, libero e vitale esista, il gioco, appunto. E, colpevolmente e falsamente, rifugia dietro il paravento della legalità, affermando che la liberalizzazione dell’azzardo contrasterebbe l’illegalità, quando – su affermazione della Commissione Parlamentare Antimafia – è vero l’esatto contrario, vale a dire traina e attira l’illegalità, sia inducendo “un bisogno d’azzardo”, soprattutto fra i più fragili, sia permettendo che alcune organizzazioni criminali infiltrino il mercato legale.

I numeri sconvolgono: dati ufficiali riportano che nel 2016 gli italiani hanno perso più di 19 miliardi di euro – circa 40.000.000.000.000 delle vecchie lire (Fonte ADM, Serie storica nazionale, ottobre 2017) – ossia l’equivalente del Prodotto Interno Lordo nello stesso anno di un paese europeo come l’Islanda!
Ancora, dal 2008 l’azzardo online ha registrato uno sconcertante incremento del denaro perso dai cittadini del 1184%! Impressionanti anche le cifre di un nuovo fenomeno da noi raccontato, ma a tutt’oggi inspiegabilmente trascurato da tutti: l’immigrazzardo.

Uno Stato che azzarda con la propria economia è destinato al fallimento.

“…Pensateci bene: sono tempi, quelli che stiamo vivendo, tempestosi. Una tempesta senza fine, pare. Uno stato continuo di turbamento, di agitazione, di alterazione, di incertezza. Un tempo scandito, tutti i giorni, dai ritmi altalenanti della Borsa, che con precisione ci aggiorna sugli andamenti economico-finanziari italiani, europei e internazionali: un effetto-domino che scuote le Borse virtuali e i Paesi reali, le persone e le loro vite. Una crisi profonda che non ha ancora toccato l’apice e che ci ha portato in uno stato di generale insicurezza, collettiva e individuale…” (Andrea Segrè, “Il gusto per le cose giuste”, 2017).

“O la borsa o la vita”: scelta obbligata, il rischio. Stesso sistema, copia di tanti altri.

I nostri figli, si raccontava prima, loro i più esposti e i più sensibili: si stima che centinaia di migliaia di ragazzi azzardino costantemente online. Il paziente lavoro di cesellatura su quanto abbiamo di più prezioso si vanifica, con la vergognosa complicità dello Stato. E ancora, gli anziani, soprattutto fra coloro che patiscono una lieve o moderata compromissione cognitiva: pensioni e patrimoni dilapidati fra vergogna, inconsapevolezza ed umiliazione. Scene da fermare il cuore.
E lo Stato sa.
E la letteratura scientifica chiarisce che chi azzarda è profondamente differente dallo stereotipo che comunemente si ha. La ricerca neuroscientifica e gli studi psicosociali descrivono un modello molto diverso dal “giocatore incallito che – viziosamente – gioca per vincere”: l’attitudine ad azzardare nasce dall’intreccio di fattori di vulnerabilità biologica (Clark et al., “Gambling near-misses enhance motivation to gamble and recruit win-related brain circuitry”. Neuron. 2009 Feb; Clark et al., “Damage to insula abolishes cognitive distorsions during simulated gambling”. PNAS. 2014 Apr. hanno dimostrato il coinvolgimento della corteccia prefrontale, dell’amigdala e dell’insula nella pulsione all’azzardo)  e sociale. Interessante e preoccupante insieme è la correlazione individuata da Clark fra azzardo e dipendenza da sostanze (e. g. cocaina): le strutture cerebrali implicate nell’azzardo, le sostanze rilasciate e maggiormente disponibili legate alle sensazioni di piacere (dopamina) e la forte pulsione evidenziano uno scenario molto simile alle dipendenze da sostanze stupefacenti, anche in relazione (Lawrence et al., “Problem gamblers share deficits in inpulsive decision-making with alcohol-dependent individuals”. Addiction. 2009 Jun) alle diminuite capacità della corteccia prefrontale, struttura cerebrale preposta al controllo degli istinti e alla scelta di decisioni vantaggiose e utili.
Numerosi sono gli studi su azzardo, dipendenza da smartphone e adolescenza; in modo particolare l’attenzione è posta sulla relazione bidirezionale tra impulsività e attitudine all’azzardo (Secades-Villa et al.,  “The Relationship between Inpulsivity and Problem Gambling in Adolescence”. Front Psychol. 2016 Dec) e sull’eccessivo utilizzo di smartphone – fino ad otto ore al giorno – (Komendi et al., “Smartphone use can be addictive? A case report”. J Behav Addict. 2016 Sep) : in questa prospettiva è fondamentale individuare i ragazzi a rischio e sviluppare precocemente adeguati programmi di prevenzione. E’ ciò che noi di AIAF sosteniamo da tempo ed in tal senso stiamo elaborando progetti di intervento tesi alla salvaguardia e alla tutela anzitutto dei più piccoli (A.I.A.F. – Non t’azzardare, “In-Formare ZerOtto”, settembre 2017).
Ugualmente ricco il panorama scientifico riguardante la popolazione anziana, particolarmente quella con lieve/moderata compromissione cognitiva; si è visto che pazienti con demenza frontotemporale (FTD) caratterizzata da disfunzioni esecutive e variazioni di personalità e comportamento possono sviluppare una marcata tendenza all’azzardo (Tondo et al., “Frontotemporal Dementia Presenting as Gambling Disorder: When a Psychiatric Condition Is the Clue to a Neurodegenerative Disease”. Cogn Behav Neurol. 2017 Jun): da qui l’importanza di un’efficace azione di monitoraggio e controllo sulle persone già descritte e di una capillare opera di sensibilizzazione dell’ambiente nei confronti di soggetti dolorosamente fragili.

Se per quanto concerne i fattori biologici sono necessari ancora studi, approfondimenti e confronti, non c’è spazio al dubbio per gli aspetti sociali: povertà di relazioni, solitudine, ristrettezze economiche spesso svelano “attitudini biologiche” che altrimenti rimarrebbero sopite.

E, appunto, lo Stato sa.
E si sottrae al cammino verso una meta condivisa, fatta di benessere, salute e buona qualità di vita per tutti, soprattutto per i nostri figli.

“….Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà…”
(Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”, 11 febbraio 1917)

Riccardo Sanna
Presidente A.I.A.F. – Non t’azzardare

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