“Magia, incanto, splendore, bellezza…sono solo alcune delle emozioni che la mia mente prova quando ricorda la splendida terra del Senegal. L’immensità e la meraviglia dei paesaggi da lasciare senza fiato, là dove, bambino, la povertà non pesava perché non c’era spazio nella testa per pensieri brutti. Lì, in uno scenario dipinto a due colori, il verde della pianura e l’azzurro del cielo, sembrava non esserci posto per altre sfumature. Laggiù, melodia di un tam-tam quotidiano, da piccolo la vita era leggera”.

Per Joseph, vent’anni, senegalese, immigrato in Italia dentro un guscio di noce senza vele né voce, il tamburo non batte più lenti ritmi tribali colorati. Oggi, per lui e tanti altri, c’è una roulette tutta italica che nel tamburo ha in serbo soltanto pallottole. Pallottole non a salve, da cui chi si è salvato in mare stavolta non si salverà. 

E ancora, Robert, François, Antoine, ne incontriamo molti, troppi. Stessa storia, stesso dramma: Disturbo da gioco d’azzardo (Gambling Disorder).

Immigrazzardo, neologismo stravagante e pertinente, disegna un fenomeno che va sempre più tristemente consolidandosi: la piaga dell’azzardo sta mietendo tra i più fragili dei fragili. Sempre più numerose sono le segnalazioni di Enti e Strutture, che offrono accoglienza a migranti e rifugiati, sul dilagare di questo devastante flagello fra gli ospiti provenienti da Paesi in guerra o fuggiti da situazioni di profondo disagio economico-sociale. Si calcola che circa il 70% delle persone accolte azzardi quei pochi euro di pocket money: molti persino si indebitano precipitando nella spirale dello strozzinaggio, alimentando così illegalità e reati.

Si aggiunge, dunque, sofferenza a sofferenza: uomini già piegati dalla vita risucchiati in un vortice di altro dolore.

Fulminee si aprono le danze del perbenismo e del benpensare: gente accolta e mantenuta che cede ad un “vizio” fra i peggiori; si volta il viso, disgustati.

E niente spazio per comprensione, tolleranza, sim-patia: ciò che si offre è molto, forse persino troppo. E questo è il grazie! Nessun rispetto… Si godano la pistola fumante, il tamburo l’hanno scelto loro.

Curioso: ci scandalizziamo di gesti azzardati e insieme foraggiamo dolore. Usura, c’è un nome per tutto: disinvolti Giano bifronte proseguiamo imperterriti la strada rassicurante, scritta, chiusa.

Lontani i canti, i piedi scalzi su terra rossa, il sole arido e infuocato, il cielo di notte ricamato di stelle. Lontani i pianori senegalesi, la savana nigeriana, la fuga di gazzelle e i calci a palloni sgonfi in Camerun.

Volti d’ebano catapultati su cemento e ferro, gesti eleganti e tristi ingabbiati da compulsione e fretta, macchinette ad inghiottire anima e cuore. Unghie a grattare pezzi di cartoncino, falsi passaporti per la felicità.

Mani chiaroscure, dignitose; mani chiare, le nostre, che al sole respingono e di notte fanno dono di bocconi avvelenati.

In Italia il fatturato dell’azzardo, nel 2016, è stato di 97 mld, ossia la somma del Prodotto Interno Lordo di ben cinque stati africani: Senegal, Camerun, Gambia, Zimbabwe e Ghana!

Nei 97 miliardi del fatturato annuo dell’azzardo italiano è quindi compreso anche il 70% dell’immigrazzardo: cifre da capogiro di una giostra diabolica che non risparmia più nessuno.

L’immigrato e l’italiano azzardano ed il meccanismo è sempre lo stesso, identica la disperazione: una guerra fra poveri dove a guadagnarci sono soltanto lo Stato, gli usurai e nessun altro.

A Joseph bastano cinquanta passi – così come a Robert, François e Antoine – ed ecco puntata la pistola, tamburo, roulette e pallottole da cui non si salveranno. 

Cinquanta passi separano il portone delle nostre vite dal punto scommesse più vicino. Cinquanta passi – né uno in più né uno in meno – e si è lì, col naso già a respirare la “fortuna”. Così come ne bastano appena sessanta per arrivare all’edicola di fronte, settanta per il tabaccaio e…giusti giusti ottanta per entrare nel primo bar.

All’interno del punto scommesse si gioca d’azzardo, ma anche nell’edicola di fronte si può azzardare; lo si può fare pure dal tabaccaio e perfino al bar. Sì, un concentrato di gingilli malsani in pochissimi metri quadrati. 

Ogni passo rappresenta una “dose d’azzardo democratico” da scansare con forza e coraggio, una battaglia senza fine oggi in Italia.

Per un individuo non sono i passi che stancano, ma i subdoli tentacoli che strizzano la mente. Sono i messaggi – devastanti e posti in ogni dove – che invitano in continuazione ad azzardare, fino a risucchiare nella trappola del Disturbo da gioco d’azzardo.

Una dose d’azzardo può essere fatale; può significare sprofondare nel baratro, morire.

Mancano respiro e libertà: è così che si crea disabilità!

I pensieri di chi ha già perso dignità in Libia o altrove vengono inevitabilmente rapiti da un altro scafista azzardato: via via si susseguono offerte dall’alto verso il basso, da sinistra a destra; colorate e ammalianti. Gli occhi e lo sguardo smarriscono l’equilibrio in un solo attimo: traballano e vacillano come quel guscio di noce.

Poi annegano…

 

Lascia un commento